Until Dawn

Avete presente quelle serate annoiate, quando il volume delle chiacchiere comincia a diminuire, il sonno è ancora lontano e qualcuno, con un sorrisetto luciferino sul grugno, butta là un laconico “filmetto horror?”.

Seguono generalmente 90 minuti di consigli più o meno spassionati diretti allo schermo e alle vittime di turno, nella speranza che, dopo anni di tentativi, qualcuno mi dia retta e non si ostini ad assecondare ogni idea malsana vomitata dall’idiota più popolare del liceo.

Genialate del tipo “Ho sentito un rumore, perché non vai da solo a controllare nella cantina buia dove 20 anni fa quel tale ha trasformato tutta la sua famiglia in saltimbocca?”, oppure “Andiamo a fare all’amore in un cimitero indiano? Così, perché siamo giovini e scapestrati”.

Di solito, dopo i primi minuti passati a dispensare ammonimenti, cedo le armi e comincio a inneggiare furiosamente contro ogni membro del cast, accogliendo ogni nuova uccisione con un piccolo moto di sadica soddisfazione.

È esattamente con questo spirito che ho iniziato la mia storia di una notte con Until Dawn, la stellare avventura horror prodotta da Supermassive Games in esclusiva per PlayStation 4.

Come da programma, tempo dieci minuti e già odiavo genuinamente tutti i protagonisti del gioco: Sam (Hayden Panettiere), Mike (Brett Dalton), Josh (Rami Malek), Ashley (Galadriel Stineman), Chris (Noah Fleiss), Matt (Jordan Fisher), Emily (Nichole Bloom), Jessica (Meaghan Martin) e sì, anche le povere gemelle Beth e Hannah (Ella Lentini), la cui scomparsa fa da prologo alle vicende del titolo.

Come nella migliore tradizione degli slasher “ormonali” anni ’80\’90, i membri del cast sono un gruppo di giovinastri caratterizzati da vari livelli di detestabilità, fiera incarnazione di tutti quegli stereotipi sociali tipici della teen culture statunitense. La storia di Until Dawn si apre con l’allegro gruppetto che, a un anno dall’antefatto, si riunisce per commemorare l’anniversario della scomparsa delle gemelle Washington con una “festa da urlo” a base di alcol e strusciamenti.

È qui la festa?

Il baccanale catartico è organizzato dal fratello delle vittime, Joshua Washington, nella remota baita di famiglia, comodamente collocata sulla cima dell’isolatissima Blackwood Mountain, a due passi da un ridente “sanatorio” in rovina e da un’altrettanto piacevole miniera abbandonata.

Ben presto la festa prende una piega decisamente spaventosa, e il gruppetto si ritrova intrappolato sulla montagna, vittima del gioco perverso di uno(?) psicopatico mascherato.

Until Dawn si apre con un festival dei sospetti alla “So cosa hai fatto”, devia verso le note brillanti di “Quella casa nel bosco” e culmina nell’opprimente senso d’impotenza e isolamento de “La Cosa”. Onde evitare di fornirvi qualche motivo per presentarvi sotto casa mia armati di torce e forconi, non vi offrirò nessun ulteriore dettaglio sull’intreccio che sostiene la narrazione di Until Dawn, limitandomi a dirvi che i 10 episodi che compongono il gioco – con tanto di “nelle puntate precedenti” – disegnano un crescendo sorprendentemente ansiogeno e imprevedibile, in grado di regalare forti emozioni accompagnate – nel mio caso, almeno – da estemporanee esclamazioni profane.

Telltale Docet

Dal punto di vista strutturale il gameplay di Until Dawn ricorda da vicino quello delle ultime avventure Telltale (The Walking Dead, Game of Thrones) e dei “film interattivi” di Quantic Dreams, con legnosissime fasi esplorative alternate a Quick Time Event di difficoltà mai troppo elevata.

Particolarmente destabilizzante l’aggiunta di momenti “stai fermo o muori”, durante i quali bisogna artigliare il Dualshock 4 e mantenerlo perfettamente immobile, onde evitare che uno dei nostri giovanotti venga scoperto dal nemico e contestualmente “licenziato” dal cast. Nel corso dell’avventura verremo regolarmente sbalzati da un personaggio all’altro e chiamati a compiere scelte in grado di modificare radicalmente il carattere dei protagonisti, la rete di rapporti che li unisce e, ovviamente, l’intreccio narrativo che riempe la lunga notte di Until Dawn.

Meglio di Sherlock Holmes

In giro per le oscure e inquietanti location della Blackwood Mountain è possibile – e caldamente consigliato – inciampare in una grande varietà di indizi (ritagli di giornale, fascicoli, registrazioni, ecc.), tutti tasselli che compongono l’oscuro mosaico di quell’incubo al quale i ragazzi cercano disperatamente di sopravvivere. A tal fine, saranno preziosi i muti suggerimenti offerti dai Totem, oggetti collezionabili che concedono al giocatore brevi visioni di possibili futuri.

Ognuna di queste reliquie mostrerà al personaggio di turno uno spiraglio sulle possibili conseguenze delle sue azioni, lasciando al giocatore l’onere di interpretare e mettere in atto le giuste misure per non incappare in fastidiose decapitazioni o scomodi sbudellamenti. Una volta ottenuti, i totem sono consultabili in qualsiasi momento e rappresentano, oltre al buon senso del giocatore, l’unico faro in grado di guidare i protagonisti tra le maglie del cosiddetto “Butterfly Effect”, un percorso costellato da ventidue nodi decisionali attraversati capillarmente da un’infinità di sottili ramificazioni.

Nel corso dell’intera avventura ci troveremo a compiere scelte di cui molto spesso sarà impossibile determinare il colore morale o le esatte conseguenze. Una contingenza che contribuisce a creare un senso di disagio persistente, e costringe il giocatore a martellarsi ossessivamente con domande del tipo “e se avessi fatto la scelta sbagliata?”.

E se…?

Ma la verità è che in Until Dawn non ci sono scelte giuste o sbagliate, e perfino salutare l’alba dopo aver provocato la morte di tutti i protagonisti (sì, è possibile) garantisce al giocatore un profondo senso di appagamento, accompagnato dal sorprendente desiderio di scoprire svolte della trama ancora inesplorate. Assecondando questo desiderio, ci si rende conto dell’imprevedibile complessità del quadro narrativo dipinto dagli sviluppatori nella cornice delle 9 ore di Until Dawn.

Un affresco le cui sfumature cambiano ad ogni nuova partita, grazie alla ragnatela decisionale intessuta dai talentuosi terroristi emotivi di Supermassive Games. Un titolo più che meritato, considerando come gli sviluppatori abbiano inserito nel gioco espedienti per costringere subdolamente il giocatore a confessare le proprie paure più recondite (i maledetti clown, nel mio caso), per poi condire l’esperienza di Until Dawn con orrori personalizzati perfettamente in grado di alterare il benessere cardiocircolatorio dello “spettatore”.

Volti stellari

Contribuisce al senso di tensione e al coinvolgimento del giocatore anche un profilo tecnico validissimo, forte di una tecnologia di motion capture praticamente perfetta. La fedeltà dei modelli facciali sottolinea le ottime doti attoriali del cast, sul quale troneggia, inarrivabile, l’inquietante espressività del “dottor” Peter Stormare.

Il motore di gioco, lo stesso di Killzone Shadow Fall, fa egregiamente il suo lavoro e cala il giocatore in ambientazioni ispiratissime e ricche di dettagli raccapriccianti. Gli unici difetti di un certo rilievo sono rappresentati da un frame rate saltuariamente altalenante, una gestione delle ombre non sempre perfetta e qualche skin shader tendente al giallo. Elementi che, va detto, non inficiano per nulla l’esperienza di gioco.

Il potente comparto audio di Until Dawn travolge il giocatore con musiche splendide e inquietanti, ed effetti decisamente sopra la media di genere. Il punto debole dell’intera produzione è probabilmente il doppiaggio italiano, piuttosto lontano dalla qualità dell’originale inglese.

Fino all’alba

In definitiva, con Until Dawn i ragazzi di Supermassive Games sono riusciti a creare un’esperienza filmica assolutamente coinvolgente e ansiogena, in grado di mantenere alto il livello di tensione fino alle prime luci dell’alba. Until Dawn è un gioco che va consumato tutto d’un fiato, con voracità, poi metabolizzato e poi consumato di nuovo.

Il sistema del “Butterfly Effect” di Supermassive garantisce una rigiocabilità atipica per il genere, alimentata dall’opprimente quesito “e se?”. I punti fissi della trama si contano sulle dita di una mano (mozzata), e rappresentano gli elementi portanti di una storia in continuo divenire, carica di colpi di scena e svolte inattese. Se non siete ancora convinti dell’acquisto, sappiate che tutte le protagoniste di Until Dawn condividono un amore climaticamente irragionevole per gli abiti succinti.

Fate voi…