Max Payne 3

continua la discesa agli inferi di Max, cominciata nel tetro secondo episodio, parallelamente al film che metteva (goffamente) in risalto il cuore di tenebra dell’antieroe. Se la caduta nell’abisso si concluderà nel baratro dell’alcol lo scopriremo solo giocando a Max Payne 3, uno dei titoli più attesi del 2012, a lungo rimirato su varie testate del settore e visto in trailer più o meno espliciti. Finalmente l’abbiamo tra le mani ed è giunta l’ora di volare in Brasile, tra favelas, grattacieli e paesaggi mozzafiato: la cinematografica avventura ha inizio!

Un ubriacone che guarda la vita attraverso il fondo di un bicchiere e fa da guardia del corpo a un noto ‘filantropo’ verdeoro: questo è Max, oggi, un ex sbirro che, perduta la famiglia, si sta lasciando andare alla deriva. Il suo ambiguo amico ed ex partner Pessos gli ha trovato l’incarico, con la promessa di fargli praticamente passare una vacanza pagata nella colorata San Paolo. Come presto scopriremo, le cose non stanno proprio cosi. In fondo, avrebbe potuto trattarsi di un buon viatico per lenire il dolore della perdita dei propri cari e continuare a sbronzarsi e farsi di “painkillers” in un luogo esotico a diecimila miglia dalla propria città, nel New Jersey.

Forse, tutto questo avrebbe potuto far tacere i tormentati ricordi di Max, dimenticare gli avvenimenti che l’hanno portato fin dov’è ora… ma ogni cosa lo “trascina” indietro con la memoria. Il racconto dal taglio hard boiled ci riporta nuovamente al “secondo” Max, quando i problemi del detective erano semplici avvisaglie e la bottiglia veniva usata solo come arma. Tutto cambia. E in quasi dieci (fottutissimi) anni ne sono cambiate di cose. Al comando del titolo ora c’è Rockstar Games, il che è sinonimo di qualità, vi basti tenere in mente l’eccelso Red Dead Redemption. Ciò che non muta sono i problemi che affliggono l’eroe “per forza”, che mediante i flashback, raccontati dall’alcolizzato, alternati agli eventi al presente, si trascinerà per tutta la durata del titolo, sorretto solo da antidolorifici quale un novello McLane.

Come il buon tenente cinematografico, conosciuto in “Trappola di cristallo” e progressivamente invecchiato nei cinque lungometraggi a lui dedicati, anche il nostro ex detective sarà appesantito dagli anni, che scorrono veloci per i protagonisti dei videogiochi. Borse sotto gli occhi e rughe che ne costelleranno il volto saranno solo alcuni dei segni dell’età che individueremo in Max; gli altri li intuiremo man mano che la trama si dipanerà. Le scene d’intermezzo, infatti, pur non spezzando il ritmo dell’azione, saranno frequenti, con le fasi topiche evidenziate da inquadrature in stile fumetto-noir. Ogni elemento contribuisce a ricreare un’esperienza filmica di tutto rispetto, sicuramente una delle più azzeccate degli ultimi tempi, grazie anche alla costante voce fuori campo del nostro alter ego che ci illumina sulle vicissitudini della propria vita con lunghe introspezioni, saltando di continuo tra ricordi che lo legano a Fabiana, moglie del suo ex boss, e le sue disavventure del Jersey, alle prese con mafiosi locali.

Il filo rosso che lega tutti i capitoli di questo moderno noir è l’intensità che permea ogni scena della produzione, fin dall’ovvia fase iniziale che spinge il protagonista a “testare” le proprie potenzialità. Una sorta di cappello introduttivo dei comandi, a nostro uso e consumo. Fin dalle prime battute, la densa trama viene snocciolata attraverso gli avvinazzati commenti dell’eroe, contrapponendo il lusso sfrenato del party al quale partecipa al panorama su cui si affaccia, quello delle favelas, tratteggiate con vivaci colori, quasi fossero l’elemento umano di maggior importanza dell’intero paesaggio. Dialoghi maturi, grafica ai massimi livelli e storyline hollywoodiana… è palese la voglia di fare le cose in grande sotto ogni punto di vista, conferendo al titolo un’anima che non sia solo ludica ma vada ben oltre il “mero” impatto scenico.

Chi ha potuto apprezzare i ‘making of’ diffusi dai vari trailer presenti in rete, si sarà sicuramente accorto dell’elevato livello di dettaglio, della cura ai particolari e dell’ampio lavoro di documentazione per ricreare la metropoli brasiliana che contrappone grandi ricchezze a povertà estrema. Strade, baracche, case, grattacieli seguono la reale piantina di San Paolo, con le dovute licenze artistiche; i numerosi personaggi che incontreremo illustreranno perfettamente la natura multietnica della città paulista e sarà difficile trovare persone simili tra loro. Le animazioni, le movenze, i tratti somatici, sono tutti elementi distintivi che pongono l’accento sulla realizzazione tecnica: siamo rimasti sbalorditi dal via vai di gente che vive nella nostra console. Sembrano dotate di vita propria. Un mondo si muove intorno a noi, per lo più un sottobosco criminale che tesse le proprie trame per ingabbiarci. Come un angelo della morte, porteremo devastazione ovunque andremo, disintegrando miriadi di oggetti e sgretolando muri, spandendo chili e chili di piombo e litri di plasma ovunque. Infatti, si può interagire con ogni elemento dell’ambientazione e non ci sarà un solo angolo dello scenario di gioco senza dettagli o soprammobili e ‘cose’ di varia natura che subiranno le conseguenze della nostra entrata in scena: camminando sopra i liquidi lasceremo impronte, sparando contro gli edifici doneremo fori (che non scompariranno) alle loro pareti e scaricando piombo sulle persone le crivelleremo, vedendole spruzzare sangue ovunque. Litri di liquido rosso che chiazzeranno i vestiti anche del nostro beniamino, fondendosi con ampie zone di sudore che piano piano ne inzupperanno le magliette e le camicie.

Il motore grafico mostrerà i muscoli spostando una moltitudine di frame senza incappare in rallentamenti o cali che non siano voluti: assaporeremo al meglio le spettacolari uccisioni che la modalità killcam ci fornisce, riprendendo la scena dall’angolatura del proiettile, che potremo rallentare per vedere al meglio l’ultimo nemico rimasto in scena adeguatamente sforacchiato. Discorso simile per il conosciutissimo bullet time, che ridurrà la velocità dell’azione per proporre un migliore massacro, oppure dell’analoga shootdodge, che produrrà lo stesso effetto per sparatorie in tuffo. Lo spettacolo è assicurato, tant’è che, finite le carneficine, ci soffermeremo di frequente per osservare tutti i numerosi particolari, le stupende scenografie e i segni del nostro passaggio in paesaggi che non saranno limitati alla città e ai i tortuosi vicoli delle favelas, ma che ci porteranno anche nella giungla, attraverso un non ben precisato rio. Ovunque ci troviamo, l’adrenalina e l’azione non caleranno mai, se non per lasciarci rifiatare tra una cut scene e la successiva; con gang di malavitosi e gruppi para militari che ci scateneranno contro una vera e propria crociata, seppure ci assalteranno solo frontalmente o, al massimo, lateralmente, nascondendosi e organizzando discreti fuochi di copertura.

Giocabilità classica, estrema, per chi conosce la serie, con trama articolata, ma che garantisce un gameplay lineare, atto a seguire tutte le tappe che il titolo si prefigge – senza scorciatoie o piani “b”–, ma non per questo inflazionato o noioso. Vuoi per le ambientazioni con scorci mozzafiato o per le armi da usare, oppure, ancora, per i nemici da sconfiggere, la scoperta non verrà mai meno né la voglia di apprezzare tutte le pieghe della storia che si srotolerà lungo i 14 capitoli che la compongono, con una durata ben superiore la media delle 10 ore. E questo solo per la modalità ‘Storia’!

E ora si potrebbe aprire un dibattito perché Rockstar ha introdotto il multiplayer, fattore ormai quasi imprescindibile per un gioco che punta ad essere al top. Anche sotto quest’aspetto, pur mantenendo le ovvie opzioni dei vari Deathmatch (in singolo o a squadre) e scontri classificati a punti o missioni “contro” il tempo, spica sulle altre la modalità Payne Killer che vede il primo che effettua un’uccisione impersonare Max e il primo a venire ucciso mettersi nei pani di Passos, in un furioso due contro tutti. Oppure Gang Wars, che ci fa diventare membri di una delle fazioni che si danno battaglia nel gioco, ponendoci contro una crew rivale, sfrutando così le radici del gameplay già saldamente piantate nella modalità Storia. Quest’ultima declinazione del multiplayer sembra poter essere l’opzione di punta dell’online, proprio perché così intrecciata con le peripezie di Max. A completamento dei commenti riguardo il Live, abbiamo notato il rapido matchmaking – sicuramente aiutato da amici che partecipano (se formate una Cricca avrete alcune soprese che trascenderanno questo titolo). La buona varietà delle mappe e l’offerta punti XP, con relativi sistemi di ricompense e di crescita, completano il vasto quadro che avremo a portata di joypad.

L’effetto ‘wow’ non cala nemmeno nei dialoghi che forse mostrano il fianco nei sottotitoli scritti in un carattere dalle dimensioni minuscole e con colori che spesso si confondono con i dettagli dell’ambiente (e questo è un difetto che si può imputare un po’ a tutti i titoli Rockstar: da GTA al già citato Red Dead Redemption fino a L.A. Noire). Ah, dimenticavamo di dirvelo: il parlato è tutto in inglese, portoghese e spagnolo (la nostra avventura vive anche di ricordi panamensi). A parte questo, l’impatto è più che positivo, con il nostro sbirro (ex-sbirro, prego!) magistralmente interpretato e dalla voce profonda, cosi come risultano all’altezza tutti i comprimari che appaiono a schermo, caratterizzati da voci più che convincenti. Stupendo l’effetto spiazzante dei dialoghi e sottotitoli in volutamente in portoghese quando gli interlocutori sono brasiliani (più volte, infatti – molto signorilmente –, il protagonista ripeterà che non capisce un cazzo di quello che dicono nella loro fottuta lingua, ma che ne comprende i toni).

Molto emozionanti gli scontri verbali (e fisici) con gli abitanti delle favelas, che gli urlano a più riprese la loro rabbia di vivere (filho da puta!). Più cinici invece i discorsi che Max intavola nella sua testa e col proprio socio Raul, toccando vette di divertimento con il tecnico dei computer conosciuto nella Fabrica Branco, prima che la stessa venga distrutta dal fuoco. Per il resto, abbiamo avuto il piacere di ascoltare brani d’un incazzoso ma orecchiabile rap, in lingua nativa che marcava il nostro approssimarsi al cuore pulsante (e pericoloso) delle favelas, regno del Comando Sombra. Musiche mai d’intralcio che si fondono, senza che ce ne accorgiamo, alle più disparate sonorità ambientali e al vociare delle persone, che discutono animatamente di qualcosa…o forse di qualcuno. Grida, schiamazzi e insulti che faranno sentire la propria mancanza nei rari momenti di calma apparente, in cui il silenzio sarà assordante.

La maturità del titolo e la crudezza di alcune scene possono lasciare interdetti per qualche istante, ma quest’opera, degna della miglior Hollywood, non si lascia mancare proprio nulla, rasentando la perfezione estetica e nel gameplay. Ogni spazio è ingombro di oggetti, di colori e di ottime texture che tappezzano le pareti degli edifici, tutti realizzati con la massima cura per i particolari. Come già sottolineato, il parlato, purtroppo non in italiano, è recitato con convinzione, con l’unica pecca di sottotitoli a volte illeggibili. La giocabilità è come al solito immediata e coinvolgente e, unita alla narrazione serrata in stile cinematografico, fa di Max Payne 3 un prodotto da avere a tutti i costi e che, seppur discostandosi dalle altre produzioni R* – in quanto non prevede il free roaming–, risulterà avvincente dall’inizio alla fine…!

Overall Score 9.5
Grafica:10/10
Sonoro:8/10
Gameplay:9/10